Nel 2008, le emoji erano un segreto giapponese. Se un utente di Tokyo inviava una mail con un'emoji a un utente di New York, quest'ultimo vedeva solo quadrati vuoti (il temuto "tofu" digitale). Il mondo era diviso in due.
Il Progetto "Mojo"
Un piccolo team di Google in Giappone, guidato da Takeshi Kishimoto, capì che per conquistare il mercato mobile asiatico, Gmail doveva "parlare emoji". Ma invece di costruire un sistema chiuso, decisero di fare qualcosa di radicale: mappare le emoji giapponesi in un codice standard che potesse essere letto anche dai browser desktop.
Nicolas Loufrani e il team di Gmail lavorarono per convertire i codici proprietari degli operatori giapponesi (DoCoMo, KDDI, SoftBank) in un formato unificato. Introdussero un set di icone colorate, animate e giocose per la versione web di Gmail. Per la prima volta, un utente occidentale poteva aprire una mail e vedere un ⛄ (pupazzo di neve) o un 🍣 (sushi) senza installare nulla.
I Blob Danzanti
Queste prime emoji di Google non erano solo funzionali; avevano personalità. Furono gli antenati dei famosi "blob". Questa mossa strategica fece pressione sul consorzio Unicode. Google dimostrò che le emoji non erano solo una moda passeggera per adolescenti giapponesi, ma un mezzo di comunicazione valido per l'email globale.
Senza l'integrazione in Gmail nel 2008, Apple non avrebbe avuto la stessa urgenza di includere la tastiera emoji in iOS nel 2011. Gmail è stato il "cavallo di Troia" che ha permesso alle emoji di infiltrarsi silenziosamente nella cultura occidentale.